Allegria e famiglia: la Nonnithlon nel segno di Don Bosco

Dopo la pausa dell’anno scorso, si è ripresentata la competizione della Nonnithlon, giunta alla sua sesta edizione.

Nei momenti di entrata e di uscita dalla scuola mi sono sempre accorto di qualcosa di bello e profondamente significativo che avveniva ogni volta. Ci sono persone che svolgono un servizio davvero speciale: sono i nonni che, con pazienza e immenso amore, stanno accanto soprattutto ai più piccoli nel loro cammino di crescita. A volte hanno portato anche la cartella o l’hanno trainata con fatica a causa dei vari acciacchi, ma non si sono mai lamentati. In silenzio hanno sopportato i capricci e le lamentele dei loro nipotini che, usciti da scuola, davano sfogo alla loro vivacità. Sono stati presenza discreta e guida sicura; hanno educato e soprattutto amato…nello stesso modo in cui Don Bosco amava i suoi giovani.

Questa giornata è stata per loro. Dedicata a loro. Un momento di festa vissuto attraverso una sana competizione nel gioco della briscola, delle bocce e della pittura, proposta a coppie con i nipotini. Aperta a tutte le età, ha visto confrontarsi una trentina di coppie in un clima di festa e allegria, proprio come nello stile di Don Bosco.

La Chiesa è anche questa: amore tra nonni e nipoti.

Un grazie speciale ad Alberto, Valentina e Mattia, insegnanti ed educatori dal cuore grande, come tutti vorrebbero.

A conclusione della giornata, uno dei nonni ha voluto condividere il suo pensiero, offrendo una testimonianza ricca di significato.

La mia Nonnithlon con la mia nipotina

Quando mia nipote mi ha detto: «Nonno, vieni con me alla Nonnithlon?» io ho fatto finta di pensarci su, con aria da campione olimpico un po’ arrugginito. Ma dentro ero già pronto, con le scarpe allacciate e il cuore in pista.

Ora, vi confesso: alle bocce me la cavo, a briscola mi difendo…ma con la pittura? Lì ho capito che il vero talento sarebbe stato il suo. E infatti, davanti a quel foglio bianco, è successo qualcosa di speciale. Lei disegnava atleti che correvano veloci come il vento. Io cercavo di fare una torcia olimpica che sembrava più un gelato sciolto. Lei rideva. Io ridevo. E intanto stavamo.

Non correvamo contro il tempo. Non guardavamo l’orologio. Non pensavamo a “fare bene”.

Stavamo insieme.

Alle bocce mi guardava come si guarda un supereroe.
«Nonno, fai vedere come si fa!»

Io lanciavo piano, spiegando che non serve forza, ma attenzione. E mentre parlavo mi rendevo conto che quella frase non valeva solo per il gioco.

Alla briscola, invece, ha voluto fare la stratega.
«Nonno, tieni l’asso…aspetta il momento giusto!»

E io, obbediente come un allievo diligente, ho seguito i suoi consigli. Perché in queste cose non si insegna soltanto: si impara.

Alla fine della mattinata non so nemmeno se abbiamo vinto qualcosa. Forse un diploma, forse un applauso. Ma la medaglia più grande l’ho sentita qui, sul petto.

In un mondo dove tutti corrono, la Nonnithlon ha rappresentato un invito semplice e prezioso: non a fare di più, ma a stare di più.

Stare seduti su una panchina con un foglio colorato.
Stare fianco a fianco a guardare una boccia che rotola.
Stare complici davanti a una carta giocata al momento giusto.

La semplicità è una cosa seria, sapete?
E stare con una nipotina, senza fretta, è un piccolo miracolo che non fa rumore… ma riempie il cuore.

Se mi chiedessero cos’è stato per me la Nonnithlon, direi così:

Non una gara.
Non una mattinata qualsiasi.
Ma un tempo regalato.

E io, alla mia età, ho capito che il tempo donato a chi ami è la vittoria più bella di tutte.

Un nonno